Avevo promesso a qualcuno qui una indigestione di autori antichi. Allora ci provo. Oggi parlerò di CATULLO (l'immagine a destra rappresenta le Grotte di Catullo a Sirmione, luogo dei suoi natali)

Immagino che lo conosciate, almeno di nome, questo poeta dell'antica Roma repubblicana. Di lui si è detto molto: giovane sincerissimo e pronto all'amore e all'odio - scriveva Pascoli nella sua Lyra. Ma io preferisco una poesia di Elena Bono, Non basterà la morte, che pare condensare perfettamente quello che fu Catullo: Cuore pieno di selve e di rovine / cavalli sanguinosi e vento / montagne / e uccelli bianchi / cuore senza fine, / non basterà la morte / per domarti / e la palude del sonno.
Ora però faccio parlare lui. A me piace molto il suo carme 5, un invito a godere la vita prima che scompaia. Un motivo questo che Catullo riprende dagli antichi poeti greci e che ritorna in autori latini (conoscete il famoso carpe diem di Orazio?, giusto per citarne uno). Prima di passare alla poesia, vorrei fare una precisazione. In latino ci sono due termini per indicare l'amore. Si dice amare e bene velle, cioé amare e volere bene. L'amare implica la realizzazione fisica dell'amore. Il bene velle indica l'amore senza fisicità. L'amore che Catullo qui descrive è, quindi, l'amare anche nel suo senso fisico. Vi propongo direttamente la traduzione dal latino. Ok?
Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci
e le chiacchiere dei vecchi brontoloni
stimiamole tutte alla stregua di un soldo.
I soli possono morire e ritornare.
Ma noi, una volta spenta la nostra breve luce,
dobbiamo dormire una notte eterna.
Dammi mille baci, poi cento,
poi altri mille, poi ancora cento,
poi altri mille senza posa, poi cento.
E quando ne avremo sommato molte migliaia,
confonderemo la somma,
perché nessuno possa saperla
e, invidioso, farci il malocchio
sapendo che ci siamo dati così tanti baci.
(Aurora, libera traduzione)
Non ho molto tempo oggi. Sono a lavoro. Immersa tra i libri. Spulciando volumi in carta pecorita, ho ritrovato la mia Saffo, poetessa greca del VII secolo a.C. E tra tutte una sua poesia sull'amore. La cosa più bella del mondo, lei dice, non è un esercito di fanti o di cavalieri, nè una flotta di navi. La cosa più bella è ciò che si ama. Per questo Elena, la più bella dei mortali, lasciò il marito e navigò fino a Troia, dimentica persino di sua figlia. Ma chi induce questa fuga? Per Saffo è la dèa Afrodite, dèa della bellezza e dell'amore, a suscitare in Elena la passione. Una passione a cui Elena non poteva sottrarsi proprio perché divina.
Alcuni affermano che la cosa più bella sulla terra nera sia un esercito di cavalieri, altri di fanti, altri di navi. Per me ciò che sia ama.
E questo lo si comprende facilmente, poiché colei che superò di gran lunga in bellezza tutti i mortali, lei, Elena, abbandonato il marito, che pure era il migliore, se ne andò a Troia, affrontando un viaggio per mare. E non ebbe un pensiero né per la figlia né per i genitori, ma Afrodite la spinse alla passione.
Anche a me ora è lei a farmi ricordare Anattoria lontana. Potessi vedere il suo amabile incedere e l'albeggiante splendore del suo volto piuttosto che i carri dei Lidi e la fanteria in armi!
(Saffo, libera traduzione)
Aurora