All'alba, in memoria
Abbiamo avuto la nostra 'estate’. Abbiamo avuto il nostro sogno e, forse, è giunta l’ora del risveglio. Ti scrivo perché, qualunque cosa accada, qualunque cosa sia, io non voglio dimenticare che ho avuto un’estate. Quando le nuvole saranno alte nel cielo e il gelo attanaglierà le mie ossa, voglio ricordare che anche io ho avuto un’estate. Una intera estate. E allora saprò che la mia vita avrà avuto un senso. Saprò che i sogni fatti un tempo, seppure per il breve istante di un attimo, hanno avuto la loro realtà. In fondo un attimo equivale all’eternità. Così anche questa nostra estate ha il sapore degli istanti che durano per sempre. E anche tu. Tu che sei un sogno e hai avuto la tua vita. La vita breve dei sogni. Ma quella brevità è per sempre. Così ora anche tu sarai per sempre. Ecco, vedi? Non devo dimenticare, quando il cielo sarà grigio, quando la notte sarà senza luna, che io ho avuto la mia estate. Ieri la notte era bella. La luna rischiarava il cielo e il tuo balcone era un giardino. M’hai chiesto cosa facessi fuori a quell’ora del mattino e mi hai fatta entrare perché avrei potuto ammalarmi. Io ero fuori a parlare alla luna. «Le recito una poesia» – ti ho detto. La poesia di un poeta morto. La poesia di un poeta che amo e che ha saputo descrivere così meravigliosamente il mondo da fartene innamorare a prima vista. «Ora so che i sogni esistono» - e tu hai sorriso.
Anche tra mille anni, ricorderò l’odore del mattino. Ricorderò il fresco pungente del mattino e questa città mi resterà dentro per sempre. Perché ora c’è una città che io amo. Anche io ho un luogo da amare e una strada e un balcone e un portone. Qualcosa che mi resterà dentro per sempre, anche se nessuno potrà mai capire quanto io ami questa città. Quanto ami le sue luci gialle e la sera quando per strada non c’è anima che cammina e tu ascolti il silenzio delle case addormentate e su di te c’è il cielo. Solo il cielo. Quel cielo che le luci schiariscono eppure dal tuo balcone si vede ancora nero e, a volte, puoi scorgervi anche le stelle, se la luna te lo consente. Un pezzo di cielo nella città: il tuo cielo dal tuo balcone.
Hai ragione, sai? L’amore ti solleva dalla terra al cielo. Ti mette le ali per volare alto e a volte è capace anche di bruciartele quelle ali! Ma anche così, come si può vivere senza?!

Ogni sera prima di addormentarmi penso a te, e anche tu lo fai, vero? Mi hai detto che spesso si muove un'ombra nel cantuccio della tua camera e che quell'ombra sono io che ti parlo sottovoce. Mi hai anche detto che mi vuoi bene come a un albero, una nuvola, una stella.
L'amore non può essere profondo se non è puro, se non è vero, e deve avere sempre per compagna la fantasia, altrimenti i cerchi nell'acqua svaniscono al primo colpo di vento. Io sono sereno quando ti penso, perchè mi hai detto che sarai sempre vicino a me: allora tutto mi sorride, anche la pioggia che in certi giorni cade incessante mi trasmette serenità.
(da La capanna incantata di R. Battaglia)

In genere quando leggo un libro seguo tutto un mio rituale. Lo prendo tra le mani. Ne sfoglio le pagine e le annuso. Hanno un buon odore i libri appena comprati, ci avete mai fatto caso? Dopo averne bevuto ogni pagina, lo richiudo, guardo la copertina e sorrido. Sono soddisfatta di averlo tra le mani. Allora apro la tenda e, se è giorno, lascio che il sole entri nella stanza; se è sera, lascio che siano le stelle a farmi compagnia. Poi mi stendo sul divano con una matita tra le mani e sprofondo nella lettura. Ogni tanto trovo una frase, un pensiero che mi piace. Lo sottolineo, sollevo gli occhi verso la finestra e sorrido. Mi rendo conto che lo faccio anche se sono in treno. Quando leggo non riesco a trattenermi. Così ho raccolto un mucchio di frasi. Volevo donarvele. A volte servono, per vivere...

Se avessimo un cuore sempre aperto al godimento delle cose buone che Dio ci offre ogni giorno, avremmo anche la forza sufficiente per sopportare il male, quando arriva. (Goethe)

La vera via passa su una corda che non è tesa in alto ma rasoterra. Sembra fatta più per inciampare che per essere percorsa. (Kafka)

Conosci te stesso significa: Ignorati! Distruggiti! ... Per fare di te stesso quello che sei. (Kafka)

Le amicizie non sono spiegabili e non bisogna spiegarle se non si vuole distruggerle. (Max Jacob)

Un fatto della nostra vita ha valore non perché è vero, ma perché ha significato qualcosa. (Goethe)

Noi non conosciamo gli uomini se sono loro a venire da noi; per poterli conoscere siamo noi che dobbiamo andare da loro. (Goethe)

L'assurda insensatezza della vita è l'unica incontestabile conoscenza accessibile all'uomo. (Tolstoj)

Ne' guai non ci vuol pianto, ma consiglio. (Leopardi)

Lo sommo desiderio di ciascuna cosa, e prima da la natura dato, è lo ritornare a lo suo principio. (Dante, Convivio 4,12)

Non si vede due volte lo stesso ciliegio, nè la stessa luna contro cui si staglia un pino. Ogni momento è l'ultimo perché è unico. (M. Yourcenar)

Non ho lasciato in cielo la storia dei miei voli: ho volato e questa è la mia gioia. (Tagore)

La vita non deve essere un romanzo impostoci, bensì un romanzo fatto da noi. (Novalis)
Il mio solito andirivieni su un treno. Eppure mi piace perché posso guardare la campagna qua attorno e darle vita. Sì, adoro darle vita. Sentirne sotto gli occhi il respiro, percepirla come un contenitore che si gonfia e poi si sgonfia. Un contenitore di anime. Soprattutto quando il sole gioca a rimpiattino tra le foglie. E non importa se autunno, primavera, estate o inverno: tutto è lì, in quei raggi luminosi che non si fanno prendere da nessuna mano protesa. E’ come un valzer. Il valzer della luce! Gli occhi vanno in tondo e la luce appare e scompare tra rami, foglie, tronchi, terra... Un po' come la vita. Allora basta una casa, una vecchia casa scalcinata, addormentata sotto il peso degli anni, racchiusa – quasi fosse la perla – da un avvizzito pergolato... Basta che io scorga una casa in fuga, una semplice vecchia casa rosa, perché senta in me la gioia della vita. 
Avevo promesso a qualcuno qui una indigestione di autori antichi. Allora ci provo. Oggi parlerò di CATULLO (l'immagine a destra rappresenta le Grotte di Catullo a Sirmione, luogo dei suoi natali)

Immagino che lo conosciate, almeno di nome, questo poeta dell'antica Roma repubblicana. Di lui si è detto molto: giovane sincerissimo e pronto all'amore e all'odio - scriveva Pascoli nella sua Lyra. Ma io preferisco una poesia di Elena Bono, Non basterà la morte, che pare condensare perfettamente quello che fu Catullo: Cuore pieno di selve e di rovine / cavalli sanguinosi e vento / montagne / e uccelli bianchi / cuore senza fine, / non basterà la morte / per domarti / e la palude del sonno.
Ora però faccio parlare lui. A me piace molto il suo carme 5, un invito a godere la vita prima che scompaia. Un motivo questo che Catullo riprende dagli antichi poeti greci e che ritorna in autori latini (conoscete il famoso carpe diem di Orazio?, giusto per citarne uno). Prima di passare alla poesia, vorrei fare una precisazione. In latino ci sono due termini per indicare l'amore. Si dice amare e bene velle, cioé amare e volere bene. L'amare implica la realizzazione fisica dell'amore. Il bene velle indica l'amore senza fisicità. L'amore che Catullo qui descrive è, quindi, l'amare anche nel suo senso fisico. Vi propongo direttamente la traduzione dal latino. Ok?
Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci
e le chiacchiere dei vecchi brontoloni
stimiamole tutte alla stregua di un soldo.
I soli possono morire e ritornare.
Ma noi, una volta spenta la nostra breve luce,
dobbiamo dormire una notte eterna.
Dammi mille baci, poi cento,
poi altri mille, poi ancora cento,
poi altri mille senza posa, poi cento.
E quando ne avremo sommato molte migliaia,
confonderemo la somma,
perché nessuno possa saperla
e, invidioso, farci il malocchio
sapendo che ci siamo dati così tanti baci.
(Aurora, libera traduzione)