Arte e Vita: il Viaggio
Cominciare […]. Ma come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già prima. La prima riga della prima pagina di ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori del libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo. Così Calvino scriveva riferendosi al problema del ‘cominciamento’ in Se una notte d’inverno un viaggiatore. In queste parole arte e vita sono accomunate. Arte come vita o vita come arte. Ma non era una novità. Novalis, a suo tempo, aveva osservato che il romanzo è una vita in forma di libro e che ogni vita ha, o può avere, un motto, un titolo, una prefazione, introduzione, testo, note, ecc. Alla base di questa corrispondenza c’è una metafora che riguarda l’opera quanto la vita stessa, quella del viaggio. L’opera presuppone un viaggio intertestuale, ma anche un viaggio nei tempi e nei luoghi reali, quindi della memoria, o immaginari. Cosa è la nostra vita se non un viaggio? Viaggi per rivivere il tuo passato? – chiedeva il Gran Kan a Marco Polo in Le città invisibili. Eppure spesso è il perché che ci sfugge: il Gran Kan cercava di immedesimarsi nel gioco: ma adesso era il perché del gioco a sfuggirgli. Il fine d’ogni partita è una vincita o una perdita: ma di cosa? Qual era la vera posta? Allo scacco matto, sotto il piede del re sbalzato via dalla mano del vincitore, resta il nulla: un quadrato nero o bianco (Le città invisibili, Calvino). Cosa può fare l’uomo in questo viaggio? Calvino dava due opzioni: L’inferno dei viventi non è quello che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso, dunque difficile, ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Mi fermo qui per oggi e chiudo con il mio amato Baudelaire: Su! Andiamo Morte, vecchio capitano! Salpiamo, è tempo, via da questa noia! Sono neri come inchiostro terra e mare, ma i nostri cuori, vedi, sono colmi di luce. Dacci, che ci sia di conforto, il tuo veleno! Quel fuoco arde il cervello: giù nel gorgo profondo, giù nell’ignoto, sia Inferno o il Cielo, scendiamo alla ricerca di qualcosa di nuovo!
(fine I parte)
Arte e Vita: le maschere
Riprendiamo da dove eravamo per chi avrà tempo e voglia di leggere queste due righe che, è vero, non sono mai davvero due! Dovremmo salpare per vivere, per vivere davvero. Toglierci quelle mille maschere che ci ingabbiano ogni giorno. Ci ripenso ogni volta che rileggo Pirandello. Adoro Uno, nessuno, centomila: una specie di Bibbia per me. Perché? Perché in qualche modo Moscarda mi somiglia. Ho fatto anch’io la mia scoperta. Sia chiaro non a ventotto anni, un po’ prima… Ma quella scoperta mi sembrò un vero castigo. Poi venne Moscarda e capii quel nostro essere uomini. Le domande che ci facciamo, i sogni, le speranze, le ricerche e… le maschere che ci portiamo a spasso. Per quanto sul teatro del mondo cambino i drammi e le maschere, gli attori sono sempre i medesimi. Sediamo insieme e parliamo e ci sollecitiamo gli uni con gli altri… Proprio allo stesso modo migliaia di anni fa sono stati così a sedere, erano le stesse persone, e così sarà tra mille anni. L’apparto per il quale non ci rendiamo conto di tutto ciò è il tempo (Schopenhauer).
Dovremmo lasciarci un po’ dietro queste ‘gabbie’ e provare a cercare dentro di noi ciò che a volte ci ostiniamo a cercare negli altri.
No, via, non abbiate paura che vi guasti i mobili, la pace, l’amore della casa. Aria! Aria! Lasciamo la casa, lasciamo la città. non dico che possiate fidarvi molto di me; ma, via, non temete. Fin dove la strada con quelle case sbocca nella campagna potete seguirmi… La campagna! Che altra pace, eh? Vi sentite sciogliere. Sì; ma se mi sapeste dire dov’è? Dico la pace ... –Diciamo che è in noi ciò che chiamiamo pace… E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sì, da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perché non ci si vive più così per vivere; bensì per qualche cosa che non c’è e che mettiamo noi…(Uno, nessuno, centomila). Mi pare calzi a pennello.
Chissà quante volte accusiamo gli altri per la nostra infelicità! Eppure è qualcosa che dipende solo da noi, una dimensione che va oltre l’esistenza stessa: La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo (Uno, nessuno, centomila). Perché la felicità viene dalla nostra capacità di stupirci ancora di ogni piccola cosa che ci circonda e condividere la sorte dell’albero che si alza al cielo, la gioia di un sorriso donato…La via per la vita passa attraverso una battaglia. Per vivere davvero ed essere felici bisogna mettere da parte la propria individualità, le maschere che ci portiamo dietro, e renderci disponibile senza chiederci la ragione delle cose. Le cose e le persone che ci circondano cambiano, non c’è un perché a questa legge. E’ così.
Ma il dono che ciascuna cosa o persona che incontriamo ci dona, quello resta in noi per sempre. Quello fa in noi la felicità. Basta far vivere in noi quel dono senza nostalgia per ciò che ci pare perso…
Tutti riceviamo un dono.
Poi, non ricordiamo più
Né da chi né che sia.
Soltanto, ne conserviamo
- pungente e senza condono -
la spina della nostalgia.
(II parte)
(Mi scuso con i lettori del blog. Per un errore avevo cancellato questi due post e i commenti relativi... Li ho ripristinati, ma credo che i commenti non siano recuperabili)
Aurora