lunedì, 25 dicembre 2006, ore 17:43

Natale… credo che sotto l’albero sia meglio trovare qualcosa di dolce, così eccovi queste poesie. Non sono mie, beninteso, non oserei tanto. Sono di un’autrice che apprezzo molto per la semplicità dei sui versi e la pregnanza delle sue metafore. Si tratta di Emily Dickinson, «testardissima», «originale», «isterica», «pazza», come spesso la definì chi la conobbe…




Possa essere l’estate per te

quando i giorni estivi saran volati via!

La tua musica quando il fanello

e il pettirosso taceranno!

A fiorire per te saprò sfuggire alla tomba

riseminando il mio splendore!

Ti prego! Coglimi, anemone,

tuo fiore per l’eterno!

Il Paradiso dipende da noi.

Chiunque voglia

vive nell’Eden, nonostante Adamo

e la cacciata!



Aurora781
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categoria : dickinson
domenica, 24 dicembre 2006, ore 17:05

Senza catene


Tra colonne corinzie

e arcane albe,

dove la terra petrosa

brucia antiche memorie

e il delfico Apollo

traccia trame

nel buio santuario,

disperderò i ricordi

in liberatori falò

e, dal labirinto infuocato,

con Icaro volerò

verso nuovi orizzonti.

(Aurora781)




PS:  A tutti... Buon Natale!!!!!!

 

 
Aurora781
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categoria : canzoniere daurora
mercoledì, 20 dicembre 2006, ore 12:46

 Lettera al burattino che son io


Anche oggi il cielo non è clemente. Eppure il sole pare voler recuperare il suo spazio tra le nuvole che si stanno diradando all’orizzonte. Sono ancora su un treno. E’ come se quest’attimo si ripetesse milioni e milioni di volte. E la mia vita si riducesse a quest’attimo, una frazione di tempo in cui sto ferma a guardare il mondo dal finestrino. Sarebbe una frazione di tempo, lo so, ma a volte mi pare ripetersi all’infinito quasi che non avessi tregua. L’unica cosa che mi resta è seguire lo scorrere dei pensieri, che, talvolta, mi paion così sconnessi da essere indegni d’ascolto. Forse oggi sarà una giornata immolata alla dèa Malinconia, se è mai esistita. Mi sento stranamente vuota. Come un’anfora sulla sponda di un fiume e non c’è chi la riempia. Vorrei poter dire di avere ballato, cantato, riso al festino della vita, di avere rallegrato gli sposi con buon vino prima di ritrovarmi vuota... invece, per qualche strana ironia della sorte, non è stato così! Ho passato la notte ad inseguire sogni che ora non ricordo più. O piuttosto ho inseguito volti che ora non ricordo più, neppure se fossero di uomini o di donne. E poi, dopo questo insistente girotondo, al risveglio, il vuoto dentro. Che i sogni si sian portati via qualcosa? Un soffio di vita? M’hanno lasciata come un fuscello al vento. Come una foglia accartocciata ai piedi del tronco. Come una pagliuzza in volo che andrà a posarsi chissà dove. Già. Chissà dove! Vorrei potermi sedere ad aspettare il Tempo. Senza dover vivere. Vorrei potermi fermare ad ascoltare il Tempo nel canto del mare e del vento. Stare così ore ed ore senza dire nulla. E dopo essermi riempita, dopo aver colmato la concavità di questa creta che mi plasma, forse, alzarmi. Sì, forse. Non sono molto sicura di volermi alzare per davvero. A volte penso che rimarrei un’eternità ferma in quel punto, immobile a dialogare con il Cielo o con il Mare o con entrambi in una sola volta. E’ così strana questa vita. Mi sembra di trascinarmela dietro e invece è lei che trascina me ed io non so neppure dove mi sta portando. Non è solo sapere quello che è giusto e quello che non lo è; quello che è bene e quello che non lo è. C’è dell’altro. Il quisque faber fortunae suae non ha più senso. Non lo ha più quando capisci che è tutto falso. Che ciascuno sia artefice del suo destino poteva ancora andar bene nei secoli delle umane certezze. Ora non vedo né sento queste certezze. La vita la si vive, ma è lei piuttosto, non sei tu. Fosse stato per te l’avresti fatta finire da un bel pezzo. Fossi stato tu dio l’avresti fatta finire da millenni o forse non le avresti neppure dato inizio. Ed invece ti ritrovi a vivere perché l’istinto naturale della sopravvivenza te lo impone. Eccolo lì, il destino che ti beffa. Dove è allora l’uomo? Cosa è mai l’uomo in tutto questo? Un burattino. Solo un burattino che i fili di un grande regista muovono. Eccolo il vuoto... Da buon burattino preferirei fermarmi e – perché no? – anziché far divertire il regista che crea personaggi e situazioni, starmene in silenzio per un po’, magari inutilizzato all’angolo di una stanza a guardare il Cielo e il Mare e a chieder loro perché son nato burattino. Non potevo essere un Uomo? Triste la mia sorte, triste la vostra. E non conosco neppure il volto del regista che muove questi fili e che, ogni tanto, mi fa inciampare!


(scritto il 21 Dicembre 2004 alle ore 08:14)


Aurora
Aurora781
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categoria : diario
martedì, 19 dicembre 2006, ore 20:08

Arte e Vita: il Viaggio

Cominciare […]. Ma come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già prima. La prima riga della prima pagina di ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori del libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo. Così Calvino scriveva riferendosi al problema del ‘cominciamento’ in Se una notte d’inverno un viaggiatore. In queste parole arte e vita sono accomunate. Arte come vita o vita come arte. Ma non era una novità. Novalis, a suo tempo, aveva osservato che il romanzo è una vita in forma di libro e che ogni vita ha, o può avere, un motto, un titolo, una prefazione, introduzione, testo, note, ecc. Alla base di questa corrispondenza c’è una metafora che riguarda l’opera quanto la vita stessa, quella del viaggio. L’opera presuppone un viaggio intertestuale, ma anche un viaggio nei tempi e nei luoghi reali, quindi della memoria, o immaginari. Cosa è la nostra vita se non un viaggio? Viaggi per rivivere il tuo passato? – chiedeva il Gran Kan a Marco Polo in Le città invisibili. Eppure spesso è il perché che ci sfugge: il Gran Kan cercava di immedesimarsi nel gioco: ma adesso era il perché del gioco a sfuggirgli. Il fine d’ogni partita è una vincita o una perdita: ma di cosa? Qual era la vera posta? Allo scacco matto, sotto il piede del re sbalzato via dalla mano del vincitore, resta il nulla: un quadrato nero o bianco (Le città invisibili, Calvino). Cosa può fare l’uomo in questo viaggio? Calvino dava due opzioni: L’inferno dei viventi non è quello che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso, dunque difficile, ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

 

Mi fermo qui per oggi e chiudo con il mio amato Baudelaire: Su! Andiamo Morte, vecchio capitano! Salpiamo, è tempo, via da questa noia! Sono neri come inchiostro terra e mare, ma i nostri cuori, vedi, sono colmi di luce. Dacci, che ci sia di conforto, il tuo veleno! Quel fuoco arde il cervello: giù nel gorgo profondo, giù nell’ignoto, sia Inferno o il Cielo, scendiamo alla ricerca di qualcosa di nuovo!

 

(fine I parte)




Arte e Vita: le maschere



Riprendiamo da dove eravamo per chi avrà tempo e voglia di leggere queste due righe che, è vero, non sono mai davvero due! Dovremmo salpare per vivere, per vivere davvero. Toglierci quelle mille maschere che ci ingabbiano ogni giorno. Ci ripenso ogni volta che rileggo Pirandello. Adoro Uno, nessuno, centomila: una specie di Bibbia per me. Perché? Perché in qualche modo Moscarda mi somiglia. Ho fatto anch’io la mia scoperta. Sia chiaro non a ventotto anni, un po’ prima… Ma quella scoperta mi sembrò un vero castigo. Poi venne Moscarda e capii quel nostro essere uomini. Le domande che ci facciamo, i sogni, le speranze, le ricerche e… le maschere che ci portiamo a spasso. Per quanto sul teatro del mondo cambino i drammi e le maschere, gli attori sono sempre i medesimi. Sediamo insieme e parliamo e ci sollecitiamo gli uni con gli altri… Proprio allo stesso modo migliaia di anni fa sono stati così a sedere, erano le stesse persone, e così sarà tra mille anni. L’apparto per il quale non ci rendiamo conto di tutto ciò è il tempo (Schopenhauer).

Dovremmo lasciarci un po’ dietro queste ‘gabbie’ e provare a cercare dentro di noi ciò che a volte ci ostiniamo a cercare negli altri.

No, via, non abbiate paura che vi guasti i mobili, la pace, l’amore della casa. Aria! Aria! Lasciamo la casa, lasciamo la città. non dico che possiate fidarvi molto di me; ma, via, non temete. Fin dove la strada con quelle case sbocca nella campagna potete seguirmi… La campagna! Che altra pace, eh? Vi sentite sciogliere. Sì; ma se mi sapeste dire dov’è? Dico la pace ... –Diciamo che è in noi ciò che chiamiamo pace… E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sì, da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perché non ci si vive più così per vivere; bensì per qualche cosa che non c’è e che mettiamo noi…(Uno, nessuno, centomila). Mi pare calzi a pennello.

Chissà quante volte accusiamo gli altri per la nostra infelicità! Eppure è qualcosa che dipende solo da noi, una dimensione che va oltre l’esistenza stessa: La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo (Uno, nessuno, centomila). Perché la felicità viene dalla nostra capacità di stupirci ancora di ogni piccola cosa che ci circonda e condividere la sorte dell’albero che si alza al cielo, la gioia di un sorriso donato…La via per la vita passa attraverso una battaglia. Per vivere davvero ed essere felici bisogna mettere da parte la propria individualità, le maschere che ci portiamo dietro, e renderci disponibile senza chiederci la ragione delle cose. Le cose e le persone che ci circondano cambiano, non c’è un perché a questa legge. E’ così.

Ma il dono che ciascuna cosa o persona che incontriamo ci dona, quello resta in noi per sempre. Quello fa in noi la felicità. Basta far vivere in noi quel dono senza nostalgia per ciò che ci pare perso…

Tutti riceviamo un dono.

Poi, non ricordiamo più

Né da chi né che sia.

Soltanto, ne conserviamo

- pungente e senza condono -

la spina della nostalgia.

 

(II parte)


(Mi scuso con i lettori del blog. Per un errore avevo cancellato questi due post e i commenti relativi... Li ho ripristinati, ma credo che i commenti non siano recuperabili)


Aurora

Aurora781
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categoria : arte e vita riflessioni
lunedì, 18 dicembre 2006, ore 20:19

Una breve premessa. Interrompo per oggi la discussione sul rapporto tra arte e vita per continuare a parlare del nostro 'fratello mare'. Diciamo che la pausa del caffè sarà più lunga! Un amico mi chiedeva se gli italiani hanno mai parlato del mare. Ci ho pensato un po' su e ho trovato questi brani! Ce ne sono molti altri ovviamente e tra i romanzi... a me piace molto  Oceano mare di Baricco. Che ne dite? (Ovviamente parto dalle origini...e concludo con... me)


[Passa la nave mia...]

Passa la nave mia colma d'oblio

Passa la nave mia colma d'oblio

per aspro mare, a mezza notte, il verno,

e fra Scilla e Cariddi;

 et al governo siede 'l signore, anzi 'l nemico mio;

a ciascun remo un penser pronto e rio

che la tempesta e 'l fin par ch' abbi a scherno;

la vela rompe un vento umido,

eterno di sospir, di speranze e di desio;

pioggia di lagrimar,

nebbia di sdegni bagna e rallenta le già stanche sarte,

che son d'error con ignoranzia attorto.

Celansi i duo nei dolci usati segni;

morta fra l'onde è la ragion e l'arte:

tal ch' i' 'ncomincio a desperar del porto.

(F. Petrarca)






Mare


M'affaccio alla finestra, e vedo il mare:

vanno le stelle, tremolano l'onde.

Vedo stelle passare, onde passare:

un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l'acqua, alita il vento:

sul mare è apparso un bel ponte d'argento.

Ponte gettato sui laghi sereni,

per chi dunque sei fatto e dove meni?

(Giovanni Pascoli)





[Antico, sono ubriacato...]


Antico, sono ubriacato dalla voce ch'esce dalle tue bocche


quando si schiudono come verdi campane


e si ributtano indietro e si disciolgono.

La casa delle mie estati lontane,

t'era accanto, lo sai,

là nel paese dove il sole cuoce

e annuvolano l'aria le zanzare.

Come allora oggi in tua presenza impietro, mare,


ma non più degno mi credo del solenne ammonimento del tuo respiro.


Tu m'hai detto primo

che il piccino fermento del mio cuore


non era che un momento del tuo;


che mi era in fondo la tua legge rischiosa:


esser vasto e diverso

e insieme fisso:

e svuotarmi così d'ogni lordura

come tu fai che sbatti sulle sponde

tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.

(E. Montale)






Ah, io non chiederei d'essere un gabbiano né un delfino;

mi accontenterei d'essere uno scorfano

- ch'è il pesce più brutto del mare -

pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell'acqua.

(Elsa Morante)

Il mare è tutto...


Il mare è tutto azzurro.

Il mare è tutto calmo.

Nel cuore è quasi un urlo di gioia.


E tutto è calmo.

(Sandro Penna)





Canzone del Mare


Sono anni che ti cerco, Mare,

per essere l’onda Tua che si srotola

e i mulinelli di sabbia

 

o soltanto per essere alla riva

dell’ultima Tua spiaggia

 

e morire.

 

Mai hai slegato i lacci

dell’impeto con cui mi cingesti la vita.

Ed un giorno più forte li hai stretti

perché ne sentissi il richiamo.

 

Sono stanca di inseguirTi, Mare,

quando vorrei afferarTi

o esserTi goccia di pioggia

o granello di sale

o soltanto il frangente

dell’onda alla riva


che muore.

(Aurora781 - 2006)


Aurora781
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categoria : mare poesie e prose